Questo è il mio corpo?

Questo è il mio corpo?

Una notina allegata al testo in concorso, “Questo è il mio corpo?” dell’Associazione NSL, non solo lettori.

Sollecitata dall’invito a scrivere e proporre anche se avanti ormai negli anni e senza altro dietro che una gran passione per la lettura e i libri, tutto maiuscolo, ho avuto l’impulso di farlo. Parlare di sé non è facile, mi sono sentita a mio agio perché tengo da sempre, quasi, un diario personale giornaliero con fatti e persone, lo faccio più per la memoria, che sta svanendo che per il successo letterario. Ne ho letti tanti di quelli difficili e belli, ma quelli erano Poeti, Poetesse, Scrittrici… Beh, l’ho fatto, ‘il dado è tratto’  si potrebbe dire, l’ho presentato è stato accettato e ne pago le conseguenze. Ma che ti credi mica è il Premio vattelapesca quale, con gli squilli di tromba, penso che il valore lo diamo noi alle cose, ci aiutano un poco le amiche , ma neanche tanto, alla fine fai tutto da sola.

Sola, questa è la parola vera contingente e significante. Il calendario che si allunga come le veglie di quelle sere difficili, ti opprime e allora vai guarda, leggi, consolati. Ieri sul marciapiede della fermata della Metro Basilica di san Paolo c’erano due ragazze, giovani quasi eleganti con un libro, cartaceo, aperto, in mano. Leggevano quelle righe, i due libri sembravano nuovi, appena comperati. Questo è, e me lo racconto e mi consolo. Sono arrivata terza nella sezione ‘vecchietti’, che dire della serie: basta partecipare!

Nota. Mi sono chiesta che capitavo lì per caso e che avevo caricato la mia partecipazione al Concorso di troppo, non dico significati, ma come si fa a sfuggire alla sensazione gioiosa della speranza di vincere. Grazie ancora a chi mi ha segnalato l’evento, mi ha smosso questa massa che vorrebbe restare inerte.

1943 . Senza fretta, anche il 2024 passerà.

“Il giuoco ed il vino, le feste, la danza, battaglie, conviti, ben tutto gli sta…” , qui parte la musica ma ve la risparmio, anche se meriterebbe, una vita senza colonna sonora che vita è? Una mattina come le altre, era sempre troppo presto, e sì, doveva attendere che i termosifoni fossero caldi per fare con agio la  doccia che le avrebbe dato quel raro senso di gioia liberante, lo sentiva ma non se lo chiedeva più ? Si muoveva ancora bene, le braccia andavano su e giù lungo quella massa che le ricordava il suo corpo, era ancora il suo, proprio quello. Mai troppo curato e vezzeggiato, durante tutto il tempo di quella sua vita ormai così lunga e distante da essere solo memoria, anche quella ormai faticosa e vaga, così il tempo meteorologico e la stagione un optional trascurabile. Si asciugava senza fretta, un’operazione accurata tanto da dover usare il phon nelle pieghe pesanti del tessuto, che non stavano più al loro posto, meglio non guardare. I piedi stanchi, le gambe anche quelle facevano a gara per far sentire la loro presenza dolorosa, la testa i capelli, quelli non erano un problema, una volta al mese ci pensava un professionista e finalmente arrivava a quelle parti del corpo, utili sì ma ormai era realtà, stavano inerti nel tempo e nello spazio a qualsiasi tocco. Succedeva raramente di soffermarsi e chiedersi: perché non potrebbe ancora succedere ? Era una domanda e voleva rispondere, dire di sì, mettersi alla prova, la prima risposta era: ma non ti vergogni? Com’era antica, ormai lo so che non faccio peccato, il problema è il coraggio, la forza di provarci, e quella materia prima così inerte come avrebbe reagito? Ci vuole proprio l’interrogativo. Non aveva dubbi solo nostalgie e quel pensiero la rammaricava. Una dannazione, non se la sentiva, evadeva eccome e volentieri, quello non era troppo importante, si rimuoveva facilmente come tanto altro. Però quanto tempo perso a decidere, giudicare, sperare, attendere dolorosamente così non ci pensava più.

“…deh non parlare al misero del suo perduto bene…” ancora un po’ di melodramma ci sta bene, la vita è tutta un po’ così. Fai, fatti un sorriso, si diceva, guardati, ma a che pro, per cosa,  ricordati quella battuta quella domanda divertente, astratta e senza senso e convinta proprio per quello tutta da ridere, che la riportava alla realtà. Le borse sotto gli occhi, e quell’invalicabile malinconia che possedeva il corpo e l’anima, pure. La realtà del quando e del come e del dopo, ma poteva rimandare? Quanto tempo davanti, difficile da evadere e escludere rimuovere questo è il verbo giusto, dal giornaliero pensare. La paura, da evitare, il peggior pericolo.

Il corpo, così si chiama e sta scritto nel dizionario della lingua italiana, al maschile, singolare, era un richiamo, quella parola tanto scientifica quanto insignificante, una domanda davanti allo specchio rivolta ad uno sconosciuto. In verità no, c’erano pacchi di referti, ricette, un cartaceo infinito difficile da catalogare e non parliamo del riguardare, mettere in ordine, preferiva far sforzo sulla memoria, con risultati sempre approssimativi. Quando lo faceva, raramente, ma capitava, restava con l’occhio rivolto verso qualcos’altro, le veniva in mente altro, domande su che cosa avesse mangiato la sera prima o che cosa avesse detto la signora quella che si impiccia di tutto e lancia anatemi a gola spiegata, nell’androne della casa. Una specie di rimozione necessaria. Quel corpo, il suo, era ancora utile, se lo portava dietro, sempre, la seguiva, la metteva alla prova, che soddisfazione. Camminare, ci riusciva e le piaceva, non per raggiungere una meta ma passeggiare e guardarsi intorno, c’erano le persone, c’era il mondo. Evviva ancora qualcosa da scoprire e lui quel corpaccio brutto, sempre al maschile,  ti aiutava perché resisteva e le dolorava, i crampi nella notte al caldo nel letto, poi ogni volta passavano.

“…signora mia è tutto nel cervello”, ma che vuol dire, pensiero scientifico, la macchina umana buona cattiva bella brutta oscena penosa, eccola lì certo risponde alla mia volontà e accetta tutto non può far altro. Inerzia la trovava davvero una parola brutta, cosa ne avrebbe detto lui, tanto non poteva più chiedere perché era impossibile ricevere risposta, se lo poteva immaginare…dai, falla finita!

E poi ecco il notiziario, la storia che entrava a passi giganteschi e riempiva testa, attenzione e l’adesso, quell’altrove anche se geograficamente lontano le faceva paura. Ma tanto perché preoccuparsene, siamo alla fine, che altro può accadere? Quanto potrà durare, almeno per me, proprio per il mio corpo stanco. Lo porto in giro, lo siedo, lo riposo, mai troppo,  avrà tempo per farlo ancora, non ci credo, non ci ho creduto mai. Stare al mondo il come e il perché non ci pensi mai, non ci hai mai pensato nemmeno in passato e nei momenti duri, era un interrogativo senza risposta. Tutti quei libri sopra e dentro la testa. Nessuno li legge e se li legge o li ha letti non se li ricorda e la vita stessa diventa una rilettura. Accadde, accade, ti devi confrontare anche se nessuno te lo chiede. Quel nessuno è un punto importante. Commenti al telefono, siamo ormai rimaste in poche interessate e interessanti ai temi del momento, la politica ? la pura evasione? Forse è meglio. Chi chiamo chi c’è qui intorno ad ascoltare, ma voglio davvero chiedere, parlare con qualcuno? maschile obbligatorio. Non mi do risposta, accade come dicevo prima, senza troppi sforzi o ricerca, è casuale, lascia la sua scia di insoddisfazione, un vuoto da riempire che si scaccia da sé, che bello, senza sforzo! Vestiti, usciamo, al plurale, fa caldo, fa freddo ma che dannata stagione non stagione. Che giornata, un’altra come tutte, si doveva mettere alla prova, aveva di fronte la sfida che si concretizzava appena girato l’angolo del vialetto alberato, cammino senti un po’ come cammino, la schiena non tanto bene ma le gambe vanno, certo non da sfuggire ad un’aggressione, ma forse riuscirei a nascondermi. Ma deve capitare proprio a me?

Attraverso, auto mi frusciano accanto, ci vuole prudenza. Eccole le provvidenziali strisce che tranquillizzano le vecchiette timorose. Ti sei abituata, ormai solo a piedi, dopo anni di vita in auto, certo era più comodo, davvero un altro modo di guardare il mondo. Quei giardini rimessi a nuovo e già precocemente spenti, in disordine e sporchi. Che  tristezza, una perdita. Lì proprio davanti alla scuola, c’era un pieno di piantine , vegetali in crescita di vario genere con i nomi e le dediche su cartoncino azzurro, lasciate dai bambini e dalle bambine. Lascia perdere per davvero, non serve a nessuno non sei mai stata troppo forte, chi ti credi, ti pare facile, ci provi sempre.

Ecco il richiamo il ritorno alla realtà, se l’aspettava, cominciava dal piede ancora dolorante, piccola artrosi o cambiando la  desinenza con ‘ite’ restava sempre uguale il fastidio, che noia tutte le mattine la medicazione il controllo ma non finiva mai, senza poi tener conto del resto, di tutto il resto.

Quelle pagine bianche dell’agenda, voleva riempire quei giorni vuoti di righe scritte,  i domani l’ angosciavano c’era qualcosa da fare, beh non mancava, qualche impegno, ancora qualcuno la cercava, per rimproverarla anche se non lo faceva si sentiva sempre sotto processo, ma per cosa, che? Un carrello, come quelli nelle grandi stazioni per il trasporto dei bagagli, stava lì appoggiato alla rete di recinzione, arrugginita e piegata su sé stessa, al di là il nulla, un vuoto pieno, un muro, molosso bianco di cemento e mattoni abbandonato e vinto, inutile in disuso avariato, coperto di erbe alte e spinose isolato insieme a detriti e immondizie sparse intorno ovunque. Fai una foto, ma di che? Una natura morta, un grande quadro vivo del disfacimento e dell’incuria che nessuno avrebbe dipinto o dipingerà mai sembrava invece viva e significante come tante altre che facilmente si incontravano in giro da quelle parti, stavano ovunque bastava prestare un po’ d’attenzione. Un fondale teatrale per la più bella città del mondo, tutto minuscolo. Ingombri della vita qualche volta intollerabili da evitare.

Quanto manca, questa la domanda finale, sì arriva sempre alla fine, come dire quel che resta del giorno, i richiami della letteratura o del cinema c’è l’imbarazzo della scelta, è retorica, vale qualsiasi risposta, modi di dire, pretesti per tagliare l’argomento ci si accontenta approfondire non c’è mai tempo. La giovinezza, la maturità, mamma, papà, la malattia quella storia la tua. In sintesi i ricordi, quei ricordi, che noia ci hai pure scritto troppo. Passato vissuto e certe volte a fermarcisi sopra è troppo per una persona sola e il risultato è un’altra domanda: ma chi lo vuole sapere.

Sacramento! L’avete detto voi, una parola dalle molte diverse significazioni. Mi piace con il punto esclamativo interiettivo, non la direi mai così, sorpresa o insulto come mannaggia o altro, perdindirindina desueto e tanto carino.

Il senso della fine, ignota e presente ogni ora del giorno e anche delle notti quelle insonni, capitava ogni tanto, si faceva sentire. Poca affinità col sacro, banalità del quotidiano di sempre fin dalla notte dei tempi i miei. Ma dirla e pronunciarla la parola quella parola senza più metafore rimane sempre quella potete scriverla come vi pare, maiuscolo minuscolo stampatello corsivo sempre lei uguale, lo sai.


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